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le chameau blanc

11月22日

Cluedo. La confessione di Mr. Modiano.

Per la lettura del finale di Cluedo si consiglia il seguente brano in sottofondo.

 

Signori,

scusate se mi presento solo ora. Ho approfittato del caos che si è creato intorno a questa faccenda per agire nell’ombra, indisturbata. Sono abituata a lavorare così, non mi espongo mai più del dovuto, il che vuol dire che di rado l’assassino che spedisco in galera conosce il nome di chi ce l’ha mandato.

Mi siete stati tutti di grande aiuto, avete lavorato bene. Però, ci sono due cose che mi sono saltate agli occhi sin dall’inizio e che non sono state considerate con la dovuta attenzione: l’ambiguità del rapporto tra Vivienne e Mrs Scarlett, innanzitutto – tutti gli indiziati hanno insistentemente ripetuto che le due passavano un sacco di tempo insieme. Per quale motivo? Mrs Scarlett non aveva certo un grande istinto materno, come la figlia ci ha confermato, né appariva un’anima molto generosa in sentimenti. Dal canto suo, Vivienne è stata descritta come una ragazza timida e problematica.

E poi quel dettaglio, emerso come il timone di una barca affondata… la scrivania. Rose ha affermato che la scrivania si trovava al centro della stanza alle 20.45, e che alle 21 Vivienne pendeva dal soffitto senza la scrivania sotto i suoi piedi. Com’era arrivata fin lassù? Chi e perché mai avrebbe dovuto spostarla? Poniamo il caso che qualcuno voglia simulare un suicidio: si tratta di un’operazione complessa, che richiede la massima lucidità. Il primo pensiero sarebbe quello di prestare attenzione ad ogni minimo dettaglio, perché sia credibile che quella persona ha scelto di sua spontanea volontà di togliersi la vita. Come si fa a commettere un errore così clamoroso come il non lasciare nessun appoggio sotto i piedi dell’impiccato? Troppe cose non quadravano. Dal momento che tutti potevano avere i loro buoni motivi per mentire, la prima cosa da fare era capire chi fosse la vittima, che vita facesse, quali fossero i suoi desideri, le sue paure – e, dunque, chi avrebbe avuto interesse ad eliminarla. Da molti è stato ipotizzato che Vivienne fosse l’amante di Mr. Modiano: non so voi, ma io non ce li vedevo proprio insieme. Lei, descritta da tutti come una ragazza dolce, introversa, con uno come il boss, che non mi pare tipo da perdere tempo in giochetti sentimentali… ma poi, ripeto, perché mai Mrs Scarlett avrebbe dovuto trascorrere tutto quel tempo con l’amante di suo marito? Magari perché non ne sapeva nulla e amava la compagnia della ragazza? Mrs Scarlett è troppo scaltra per non accorgersi di una cosa del genere. O forse per tenerla sotto controllo? Io credo che, considerando il soggetto, se davvero l’avesse temuta avrebbe fatto in modo da eliminarla, subito, senza prima farla diventare la sua dama di compagnia.

E, a eliminarla, lo sappiamo, non è stata lei, visto che in quel momento giocava a bridge al circolo. Certo, avrebbe potuto ingaggiare qualcuno che lo facesse al posto suo, e uscire di casa per procurarsi un alibi: e allora perché piangeva al funerale di Vivienne? Fingeva, forse, per confondere le acque? Una persona che vuol far questo di certo non si nasconde dietro gli occhiali da sole alla prima lacrima, come ha fatto lei – ma io, che l’ho osservata bene, quella lacrima l’ho vista.

Signori, non la porto per le lunghe. Sarà per la predisposizione di famiglia alla psicologia, sarà per la perversa passione per Camilleri, Gabriel ha visto giusto: Mrs Scarlett e Vivienne erano amanti. Ecco perché le si vedeva sempre insieme, ecco perché Vivienne era così scostante con tutti, anche con Frank, che pure è un bel ragazzo. Frank ve l’ha proprio detto: “Si vede che non le piacciono gli uomini” , e lui, per queste cose “ha fiuto” . Vivienne, orfana, sola, piena di paure, è cresciuta sotto l’ala di questa donna forte, energica, che le appare come un’ancora di salvezza nella sua vita disastrata. Vivienne la pone su un piedistallo, si rifugia in questo rapporto che da affettuosa amicizia e complicità sfocia in qualcosa di diverso. Mrs Scarlett, dal canto suo, dopo la storia dell’amante fuggito e del bambino nato morto, decide che con gli uomini ha chiuso: quel vigliacco è scappato per paura d’essere scoperto dal boss, e comunque non è più il caso che si presentino altre complicazioni. Però, neanche Mrs Scarlett è senza cuore: il marito la trascura, la figlia fa vita a parte, l’unica che le resta è la devota ragazza, cui d’altronde è sempre stata affezionata. Vivienne rappresenta la figura su cui riversare la tenerezza che la madre le ha sempre negato e che la figlia non ha alcuna voglia di ricevere. Poco ci vuole a mantenere il segreto: le loro frequentazioni diventano soltanto più frequenti – del resto, chi vuoi che abbia sospetti su una cosa del genere? Si possono tranquillamente incontrare in casa – magari nello studio.

Questa storia va avanti per più di un anno. Ad un certo punto Vivienne non ne può più di doversi nascondere: lei, che non è abituata a simulare, che detesta la finzione e desidera vivere la sua vita con la massima semplicità, propone alla sua amante di fuggire insieme. Mrs Scarlett, che durante l’infanzia ne ha viste di cotte e di crude, non ha nessuna intenzione di tornare sulla strada, cosa che sicuramente succederebbe se partissero tutte e due alla ventura. E’ una cosa assolutamente fuori discussione, Vivienne è una ragazza ingenua, priva del senso della realtà. Per non urtare la sua sensibilità, le racconta del bambino, ma non le dice che è morto: si inventa di averlo abbandonato davanti ad una chiesa e le rivela che, segretamente, spera ancora di ritrovarlo, ecco perché non ha il coraggio di mollare tutto e partire. Crede così di aver sistemato la questione, non considera le conseguenze che quella sua rivelazione potrebbe comportare. Il dado è tratto: Vivienne si convince che, qualora riuscisse a riportare a Mrs Scarlett il bambino che ha perduto, questa le attribuirà il merito di un così prezioso ritrovamento e non le rifiuterà più nulla. Inoltre, una volta insieme, loro tre, fuggire resterà la cosa più naturale da fare.

La ragazza inizia le sue ricerche, dopo aver tentato invano di carpire qualche segreto a Rose. Purtroppo, i risultati non sono quelli sperati – e non potrebbe essere altrimenti, visto che quel bambino non esiste più. Ma Vivienne non rinuncia al sogno dell’idillio familiare, non ha alternative, non vuol continuare a vivere nell’ombra come ha fatto sinora: comincia a farsi vedere spesso in orfanatrofio, si finge una ricca fanciulla appena sposata e desiderosa d’adottare un bimbo, e riesce, nel giro di un paio di settimane, a farsi affidare un bambino di circa due anni – quanti ne avrebbe il figlio di Mrs Scarlett – per un pomeriggio. Il suo piano è quello di fuggire la sera stessa. Ecco perché è così agitata durante tutta la giornata del fatidico pranzo. Non ultima delle sue paure è l’idea che Mrs Scarlett, conoscendola bene, veda la sua agitazione e capisca che c’è qualcosa sotto.

E infatti, povera ragazza, si dà la zappa sui piedi. Quando Mrs Scarlett si trova davanti quel bambino, quando Vivienne le racconta la storia che si è preparata per convincerla che si tratta di suo figlio, la situazione precipita. Mrs Scarlett le urla in faccia perché questo non può essere vero, la accusa di aver tentato di ingannarla, le dice che è tutto finito tra loro:

- Adesso basta, vattene! Non voglio vederti mai più!

Vivienne, ormai in lacrime e vicina alla crisi di nervi, conscia d’aver rovinato tutto, disperata, resta immobile, senza proferir parola. Mrs Scarlett, in preda alla rabbia, vedendo che la ragazza non accenna ad andarsene, esce sbattendo la porta e spegnendo la luce, istintivamente, direi anche metaforicamente – su tutta quella storia dovrà ormai calare il sipario.

Vivienne resta dunque da sola, al buio. Bene. E poi? Sappiamo che Mrs Scarlett risale in camera, Frank la vede uscire dallo studio infuriata. Immaginiamo che la signora si sarà poco a poco ripresa dal turbamento; in seguito, considerando che tutto deve sempre apparire come normale e quotidiano, si sarà cambiata, truccata e preparata per uscire. Nessuno deve sospettare che sia successo qualcosa, vedendola rinunciare alla sua serata al circolo. Esce dalla sua stanza, getta un occhio al piano di sotto, tutto sembra silenzioso e tranquillo. Vivienne dev’essersene andata, meglio così. Entra in biblioteca per salutare suo marito: questi la guarda sconvolto, “ pareva quasi che avesse visto un fantasma… è impallidito di colpo e non ha detto una parola ”. Questa reazione di Mr Modiano è a dir poco singolare. Considerando che durante la discussione tra sua moglie e Vivienne lui era in biblioteca, per quanto enorme fosse questa biblioteca, per quanto si sia prodigato nel negarlo, deve pur aver sentito qualcosa. A questo punto, l’unica era metterlo sotto torchio.

La confessione di Mr Modiano

" E va bene, basta con questa storia, non ne posso più!! Tutti gli occhi sono puntati su di me, eppure io non c’entro nulla! E’ vero, ero in biblioteca, ho sentito tutto: mia moglie… quella schifosa! Non solo mi tradiva con uno dei miei scagnozzi, non solo aveva partorito un bastardo che poi, per fortuna, era morto, ma stava anche… sì, insomma, era una… con una ragazza! Mia moglie!! L’aver scoperto tutto insieme in una sola volta mi ha fatto diventare pazzo: ero appoggiato alla porta interna, quella tra lo studio e la biblioteca, ho origliato tutta la discussione. Sentendo mia moglie che cacciava Vivienne, sentendo la porta che si chiudeva, mi sono precipitato nello studio, accecato dalla rabbia, e gliene ho date di santa ragione. La luce era spenta, ma la sua sagoma la vedevo bene: se le meritava, quella donna turpe e ingannatrice! Se solo mi fossi reso conto che… lì, al buio… stavo picchiando la persona sbagliata! Quella povera ragazza non ha lanciato neanche un urlo, doveva essere in uno stato di trance – mia moglie riesce a ridurre a questo ed altro! Dopo essermi sfogato me ne sono tornato in biblioteca, mi serviva qualcosa da bere per calmarmi. Scaricavo la tensione sul mio fermacarte di pietra lavica, che uso sempre come anti-stress. Vi lascio immaginare che colpo che mi è venuto, quando ho visto mia moglie entrare in biblioteca, perfettamente in salute, tutta pimpante e senza un segno addosso! Io quasi pensavo di averla uccisa! Appena se ne è andata mi sono precipitato nello studio e… dio santo, Vivienne s’era impiccata! "

E beh, non è nemmeno tanto strano: una ragazza così fragile, dopo che la sua compagna ha appena scoperto l’inganno da lei ordito, dopo che questa l’ha lasciata in malo modo, dopo che viene picchiata la buio da non si sa chi per non si sa quale motivo… la vita le sembra priva di senso. Quando riesce a riprendersi dalle percosse ricevute, accende la luce, vede quel bambino innocente che ha assistito all’inizio della discussione, prima piangendo, poi, pian piano, acquietandosi: si sente ancora più in colpa. Ormai il bambino dorme, Vivienne lo sposta sul balcone, non sia mai che si svegli mentre lei fa… l’unica cosa che le resta da fare. Come un automa, la ragazza piazza la scrivania sotto il lampadario, prende una corda trovata sul balconcino, dove ci sono alcuni materiali usati per dei lavori di ristrutturazione, e se la passa intorno al collo – sarà per lei l’ultima carezza.

Quando Mr Modiano si precipita nello studio e vede Vivienne penzolare dal soffitto, ne resta scioccato: per un attimo pensa che è colpa sua e delle sue percosse immotivate se la ragazza si è tolta la vita. Allo stesso tempo, si dice che potrebbe essere ancora viva: sale sulla scrivania, la slega e la porta in biblioteca. Poco dopo entra Rose, vede la scrivania al centro della stanza e la rimette al suo posto. Nel frattempo Mr Modiano si rende conto che per Vivienne non c’è speranza: la guarda, pallida, sul divano sul quale l’ha stesa, e capisce che l’unica cosa da fare per non restare invischiato in nessuna storia fastidiosa è rimetterla lì dov’era. In fondo, quelle percosse gliele ha date lui: se qualcuno avesse sentito qualcosa? Se qualcuno lo avesse visto? Le finestre sono le orecchie della casa, diceva un poeta. Inoltre, non è certo il caso che tutta questa faccenda della moglie salti fuori! Che figura ci farebbe? La sistemerà poi a modo suo, in privato.

Rientra nello studio, non fa caso al fatto che la scrivania sia stata spostata. La sua preoccupazione è di agire il più rapidamente possibile, per evitare che qualcuno lo veda. Prende una sedia – per lui che è alto è sufficiente -, sistema Vivienne come l’ha trovata, e, istintivamente, la rimette a posto. Rimette a posto la sedia. La fretta, il desiderio di “ordinare” tutto com’era, lo portano a commettere quest’unico, imperdonabile errore. Se Rose non fosse entrata un attimo prima, Mr Modiano forse avrebbe lasciato tutto com’era. D’altra parte, se fosse apparsa un attimo dopo, avrebbe potuto vederlo mentre, apparentemente, “impiccava” Vivienne, e le cose sarebbero andate molto peggio per lui. Fatalità. Naturalmente, in un secondo momento, Alexander mente, sia perché ha paura che non gli si creda fino in fondo, sia perché non ha nessuna voglia di spiegare come e perché è arrivato a picchiare la ragazza.

Signori miei, questi sono i fatti. Purtroppo non c’è nessun colpevole da sbattere in galera, solo una vittima da compatire. Oddio, non si tratta certo di una famiglia di stinchi di santo. Chissà che succederà, adesso, tra i due deliziosi coniugi: Mr Modiano soprassederà sull’adulterio e la bisessualità della mogliettina? Fatti loro. A me interessa aver fatto chiarezza sul caso. Vi ringrazio per la collaborazione, statevi bene.

Ah, quasi dimenticavo. Mi duole informarvi che, per le orribili quanto strampalate accuse ricevute, la tenera, fedelissima, anziana Rose è deceduta stamane di crepacuore.

Ispettrice J.C. Izzo

CPD Chicago Police Department

11月1日

Cluedo. Un delitto negli anni ’30.

I personaggi.

In alto a destra abbiamo Alexander Modiano, ricco imprenditore di malaffare, proprietario delle più frequentate bische di Chicago. Alexander è un criminale serio, determinato, poco loquace. Rappresenta la versione blasé dell’uomo d’onore di stampo mafioso: non ciarla di morale o di dignità, cerca soltanto di evitare problemi inutili che possano ostacolare il perseguimento dei suoi scopi.

Al centro, Roger Costello, braccio destro di Alexander, candidato alla mano dell’unica figlia di Alexander, Angela. Roger è di origini abruzzesi, un tipo placido, mansueto, uno cui qualsiasi padre affiderebbe la figlia per scortarla a fare shopping. Qualsiasi padre che non sapesse che offre uno specchio alle sue vittime, un attimo prima di ucciderle, e sussurra loro “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, come formula d’addio.

A sinistra, Anthony Della Corte, gestore della principale bisca di proprietà di Alexander. Anthony piace alle donne, ma a queste preferisce spesso un buon Bourbon. E’ un tipo diffidente, non ha molti amici, perché non ne ha bisogno. Ha uno humour che non sempre viene compreso. Neanche da Angela, con la quale scambia volentieri qualche parola, quando capita.

In basso, a sinistra abbiamo Mrs Scarlett, moglie di Alexander. Mrs Scarlett non è il suo vero nome, che nessuno conosce. Mrs Scarlett corrisponde perfettamente allo stereotipo di donna che rappresenta: glaciale, perfida, tremendissima. Di questo è ben cosciente, e se ne compiace. Ha avuto un’infanzia molto difficile: sua madre, poverissima, la costringeva a vagare di notte per le gelide strade di Chicago, in cerca di cadaveri cui sfilare quei pochi centesimi che ancora avevano in tasca, oltre ai vestiti e alle scarpe.

Al suo fianco, Angela, figlia sua e di Alexander. Ad Angela piace la vita mondana ma, soprattutto, le piacciono i soldi. Sotto un amabile sorriso e dietro un nome tanto eloquente è una donna viziosa, dedita ai piaceri della vita, anche quelli poco raccomandabili. Ogni domenica va in chiesa a confessarsi. Il prete della sua parrocchia è in analisi da tre anni.

Vivienne, 25 anni, sorella di Roger. La vittima.

La trama.

Chicago, ottobre 1934.

E’ sera. Vivienne, sorella di Roger, viene trovata uccisa nello studio di Alexander. Pende col cappio al collo da un lampadario d’epoca vittoriana. L’ipotesi del suicidio viene immediatamente scartata: sul suo corpo sono evidenti i segni di percosse, inoltre non c’è nessuna base, scaletta o tavolo, su cui la vittima avrebbe potuto salire per poi legare la corda al lampadario.

Quel giorno la famiglia Modiano ha pranzato con Roger, Vivienne, Anthony e Franck, un amico di Anthony. I domestici hanno detto alla polizia che si è trattato di un pranzo importante, i preparativi sono stati lunghi e Mr Modiano ha dato ordine di chiudere le porte della sala da pranzo principale una volta servito il caffè.

Verso le quattro tutti i commensali si sono alzati da tavola. Alexander si è ritirato in biblioteca a fumare un sigaro, portando con sé Anthony e Franck. Mrs Scarlett è andata in camera sua. Vivienne e Angela sono uscite di casa insieme, per rientrare una verso le sette, l’altra alle otto. Anche Roger esce, per sbrigare alcune faccende per conto di Mr. Modiano, e rientra verso le sei. All’incirca alla stessa ora Anthony e Franck scendono nella taverna della casa, dove, per conto di Mr Modiano, devono ricevere alcune persone.

Lo studio dove viene trovata la vittima, quello di Mr. Modiano, dà su un balconcino, dove viene trovato un bambino che piange in un passeggino.

Chi ha ucciso Vivienne, e perché? Qual è stata la dinamica dei fatti? Spazio agli investigatori. Potete rivolgere le domande a ciascuno dei personaggi, che vi risponderanno in prima persona. Questo servirà anche per ottenere nuovi dettagli su quello che è successo il giorno del delitto. Naturalmente ogni personaggio avrà i suoi buoni motivi per mentire, ma difficilmente si riesce a sostenere la menzogna troppo a lungo, né si mente mai fino in fondo.

Signori, a voi.

10月31日

La tempesta, di Andrea De Rosa

C’è tempesta e tempesta. Quella di Andrea De Rosa, quest’anno direttore artistico al San Ferdinando, ci lascia naufraghi su una spiaggia post-apocalittica, infernale, dalle luci lunari. Privata del carattere onirico e della magia frizzante che la distinguono, consistentemente epurata della comicità di cui il testo è ricco, marcatamente introspettiva, questa tempesta si presenta lugubre, ben disegnata nella scenografia geometrica, eppur eccessiva nel clima catastrofico. La tempesta c’è già stata, ma siamo terrorizzati all’idea che ritorni. Ad acuire le nostre paure troviamo Ariel in completo nero, che cala improvvisamente dal soffitto come un angelo della morte, accompagnato da tuoni e boati poseidonici; la dolce Miranda, “ talmente bella da superare ogni lode lasciandola zoppicante dietro di sé ”, qui in preda a convulsioni su un letto da manicomio, e Calibano in veste di adolescente complessato, che resta il personaggio più compiutamente drammatico, nonostante gli sforzi del protagonista Umberto Orsini.

Quest’ultimo dà vita ad un Prospero cupo, arrabbiatissimo e geloso custode dei propri rancori, a suggerire vendette che non avverranno in quella che pur è considerata una revenge tragedy. Una tragedia mancata, anche, che trova un lieto fine di cui non v’è presagio nella prima metà della pièce. Prospero comincia col narrare a Miranda la loro storia – un racconto che diventa lancinante e in cui il padre rovescia sulla figlia tutto il proprio dolore, quasi terrorizzandola. Il testo è ridotto in modo da concentrare l’attenzione sulla sua figura, quella di un mago-regista che, con le mani affondate nel lungo cappotto grigio, passeggia curvo e silenzioso sul fondo della scena, preparando sortilegi per i suoi ospiti naufraghi. L’elemento metateatrale è ben conservato e si ritrova in Prospero stesso, che appare e scompare durante gli scambi tra gli altri personaggi, o che offre l’arma a Sebastiano per indurlo all’omicidio; nel letto d’ospedale, che resta sospeso sulle teste dei cospiratori a mo’ di spada di Damocle; nell’atto della liberazione di Ariel, quando Prospero lo slega dai cavi che lo reggevano sospeso in aria e li osserva salire in silenzio, brechtianamente ben visibili; infine, nel minisipario al centro del palco, che si apre su una pittorica ultima cena, in realtà la prima di un nuovo inizio. Plausibilmente casuale, la scena ripete gli stessi colori del teatro stesso.

Tentazione irrefrenabile per un testo che presenta personaggi partenopei è la scelta di rendere in dialetto alcune battute, che risultano quasi sempre stonate. I ridicoli Stefano e Trinculo diventano qui irritanti; Alonso, re di Napoli, sfiora la sceneggiata. Per contrasto risalta la serietà di Calibano, il bravo Rolando Ravello, che invoca in Stefano colui che diventa il suo nuovo padrone nel momento stesso in cui lo elegge tale: “ Tu sei il mio dio ”, ripete ossessivamente, a dimostrare la disperazione che lo affligge.

De Rosa vede questa sua tempesta come un labirinto, un vortice di domande senza risposta nel quale non conta l’uscita e in cui, al contrario, è importante restare e ascoltare. In realtà la caratteristica irrisolutezza che si suole attribuire a quest’opera difficile da etichettare deriva dal suo essere un dramma della rinuncia: prima che il sipario cali, Prospero depone propositi di vendetta che non ha mai realmente avuto, concede Miranda in sposa al figlio del nemico, infine abbandona i suoi poteri magici, nonché il suo ruolo di regista – immagine nella quale è facilmente riconoscibile l’addio di Shakespeare alle scene. “ Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni ”, afferma Prospero: nel momento in cui rinuncia alla magia, o all’arte, il sogno svanisce e si torna alla vita vera, che è poco più dell’attesa della morte.

La risposta finale dunque c’è, ed è questa.

10月27日

La posta di O.

Ecco il commento ricevuto ieri in risposta al mio ultimo post sulla Biennale di Venezia:

“ Salve sono un vostro cliente affezzionato da molti anni. In questi ultimi 2 anni ho già cambiato 5 paia di stivali, il problema è sempre il solito, si scolla la parte inferiore del stivale. Dopo aver ripetutamente incollato cn l' apposita colla si apre continuamente e si ha sempre il piede bagnato. Dato ke i vostri stivali sono sempre stati ottimi mi auguro ke questo grande problema si risolva e di evitare di cambiare la mia opinione sul vostro prodotto, anke perchè mi fornisco di accessori e sono un ottimo cliente e presidente della FIDC di un paese del Lodigiano. Cordiali Saluti dal sig Tenca Redentore "Livraga"(Lodi) ”.

Firmato: Michael.

Caro Michael, mi rendo conto del problema. Mia nonna lo diceva sempre, le scarpe sono la prima cosa, perché i piedi sono la prima cosa. Lo diceva anche dei capelli, delle mani e degli occhi, ma i piedi erano la prima cosa che diceva per prima.

Ti sembrerà strano ma questo tipo di problema è generalizzato e, ahimé, senza soluzioni sicure. Non se ne parla perché i tabù sociali impongono il silenzio su certe cose, tuttavia molti sono afflitti da simili disagi. Soffrono in solitudine, quando invece tutto sarebbe più semplice se questi dolori si condividessero. Cercheremo oggi di parlarne insieme, sforzandoci di trovare l’approccio adatto alla questione.

A me successe a Londra. A causa della tipica pioggerellina i miei magnifici stivaletti scamosciati marcati Onyx si scollarono senza rimedio. Fu tremendo. Sotto il mio piede si aprì, ma che dico si aprì, si aperse una voragine dai presagi metaforici inquietanti.

Questo per dimostrarti la mia solidarietà. Tornando al tuo messaggio, mi preme parteciparti la mia gioia nell’apprendere che, nonostante negli ultimi due anni tu abbia cambiato ben cinque paia dei nostri stivaletti, continui indefesso ad acquistare i nostri prodotti. La tua fedeltà è lodevolmente cieca.

Siccome a noi piace saperne di più sui nostri clienti, mi sono presa la briga di dare un’occhiata alla tua pagina web per avere qualche notizia sul tuo conto. A quanto pare sei un casaro, apprezzi la musica dance anni ’90 e l’hardcore, ti piace la pesca sportiva e hai 22 anni. Sei presidente della Federcaccia di Livraga: così giovane, complimenti! Inizialmente ho avuto un dubbio sull’identità del sig.Tenca Redentore che ci manda i saluti tramite te. Mi sono chiesta: com’è possibile che mi sia dimenticata di un cliente che mi è tanto affezionato? Poi ho capito che il sig. Tenca Redentore sei tu, e che Michael è il tipico vezzeggiativo usato nel lodigiano per chi si chiama Tenca – un nome, se mi è concesso, dalla forte personalità, seppur un po’ ambigua.

Caro Michael, che dirti? Farò presente il problema al reparto incollatura. Nel frattempo ti invio un set di 12 tubetti di (apposita) colla, di differente grandezza, da portare con te ogni volta che vai a caccia, a pesca, o ai raduni hardcore. Un unico appunto: fai attenzione con le zeta, soprattutto visto che fai il casaro.

Cordiali saluti anche da mia nonna,

O.

O. è lieta di inaugurare oggi La posta di O.. Potete scrivermi per qualsiasi problema: vi si è rotta una cerniera? Il vostro fidanzato mangia troppo? Nell’amatriciana ci va la cipolla? O. è qui per rispondervi.

9月11日

Back from Venice

Alla Biennale mi sono innamorata di Pavel Pepperstein, uno che disegna enormi cubi neri tra due montagne e li chiama “ ponti culturali ”. Alla mostra del cinema mi sono innamorata di Daniele Liotti, che è salito con noi sull’esclusiva navetta ( un vero e proprio autobus di linea rubato di nascosto dal deposito ) diretta all’esclusivo party post prima, dove abbiamo mangiato esclusivissimi calamari fritti osservando la Buy che ballava scalza, l’onnipresente Valerio Mastrandrea fisso al buffet e un odiosissimo scrittore di cui non farò il nome per evitare di accrescere la sua popolarità. Vi risparmio il nome delle altre eminenze.

Venezia è bella e, per restare sul banale andante, avrete capito che ho anche comprato una maschera, più una serie di altri giocosi gadget, tra i quali spicca per la sua inutilità uno spillone ferma-pashmina. Non so ancora come, ma temo d’aver deciso di trasformarlo in bocchino da sigaretta.

Ma la cosa bella di Venezia sono le ombre. Poetica, vero? Le ombre, cioè i bicchierini di vino che ti bevi al volo in osteria anche alle cinque di pomeriggio. Dopodiché prendi la carabina e vai a San Marco a sparare ai piccioni. Non riesco ad immaginare un godimento maggiore. Anzi, sì: tutta sola ( so proud of myself... ) ho scoperto che le gondole sono asimmetriche per evitare che il gondoliere, remando sempre dallo stesso lato, vada a sbattere contro le fondamenta. Peccato, sarebbe stato divertente: per una Venezia postmoderna, che evochi le macchinine a scontro da luna-park.

Answer to Mohà's remark

So. Just back from Venice. Filled my eyes with gold and magic in San Marco. While I was in front of the altar I turned around and looked at the light coming in from the rose window – this is what « divine » means. Popes are smart people. At the bottom the way in looked like a theater, with a tent half-open on the beautiful square. Like a glance at the stage.

I thought of all that while a woman, probably from Eastern Europe, was praying next to me – with no posturing, just simply. Silently. She was adorable. As adorable as my idea of a theater-looking church, as adorable as the strategic light.

So, you know. Some people accept to play in the show called « You’ll see ». Everybody wears his own mask. Everybody tries to do his best. Who knows if your eyes are open or closed?

8月12日

Tris d’assi

Mai dire mai. Per una serie di circostanze fatali mi sono ritrovata in mezzo ad un pellegrinaggio religioso per Cracovia. C’era tutto: il prete, la perpetua invaghita del prete, l'invasata che esortava alla “ condivisione ” anche dopo essere andati in bagno, il fraticello polacco nato in famiglia comunista, il simpaticone-chiattone-spiritosone, la languida sessantenne che scattava foto alla luna. C’era tutto, c’ero persino io.

Poco prima della partenza vengo a sapere che nel gruppo sarà presente anche un diciassettenne: bene, mi dico, sfregandomi le mani alla Mr. Burns. Sarà la mia Cécile, provvederò a farla diventare atea in sei giorni. Purtroppo poi la fanciulla in questione non ha risposto alle mie aspettative estetiche e mi sono dedicata ad altro.

Cracovia. Innanzitutto, stanno in fissa con le amarene. Le schiaffano ovunque, a cena come aperitivo c’è succo di amarena ( ogni sera scambiato speranzosamente per vino ), nelle brioches mattutine c’è l’amarena. I dolci polacchi non sono dolci, non ci mettono abbastanza zucchero, e questo è, a mio avviso, un segno particolare sulla carta d’identità di un popolo. Cracovia è carina, offre il miglior cappuccino che possiate trovare all’estero, ha un castello in pieno centro e sa di est. In periferia la gente si stupisce che tu non parli polacco, in centro sono tutti contenti di parlare inglese. Cracovia è una bella mitteleuropea dai sandali con le calze.

Praga. Bomboniera sfasciata dai turisti, o collana d’ambra strappata dal collo. Praga si è vendicata per tutte le volte che ne ho parlato male senza conoscerla, buttandomi bellezza a palate negli occhi. Si è vendicata facendosi trovare calda, invasa da turisti a livelli intollerabili, più europea di quanto meriti, con viali a metà tra boulevard e ramblas, con un museo che sembra il parlamento, ma anche un po’ il Met. Devastanti effetti estetici della globalizzazione. Con le sinagoghe invisitabili di sabato ( lo so, lo so ).

E Kafka?

Mentre tornavo, in treno, ho conosciuto Vasyl. Sembrava un falegname e invece era un professore universitario di fisica. Abbiamo litigato sulle particelle d’ossigeno che lui non voleva fare entrare dal finestrino e io sì. Dopodiché, appresa la mia nazionalità, esclama ( un ucraino che esclama equivale ad un italiano che sbadiglia ):

- Ah! Italiana… conosci via Marconi?

Non si è riuscito a ca(r)pire di quale città parlasse. Poi mi racconta dei suoi fratelli negli Stati Uniti, che però non sono fratelli anche dei suoi fratelli a Kiev, perché hanno genitori diversi. Dopo interminabili minuti arriviamo al succo: cugino e fratello in ucraino è la stessa parola, dunque lui non ha ritenuto opportuno imparare il nuovo termine in inglese. Vasyl mi ha invitata a Kiev e ne sono molto contenta: Kiev è la classica città che ti mette in difficoltà. Dov’è Kiev? Silenzio. Qual è la capitale dell’Ucraina? Silenzio. Adesso me lo ricorderò.

Auschwitz. Devastanti effetti estetici del cinema. Non ci credi che quelli sono i loro capelli, i loro occhiali, le loro valigie, le loro baracche. Non ci credi che la giapponese si sta facendo la foto col sorrisone, e le due dita alzate in segno di vittoria, sul binario, all’entrata di Birkenau. Una bella frase, di un pittore sopravvissuto ai campi di concentramento: “ Le parole dei miei quadri nascono dalla nostalgia della comprensione di quanto divide il bene dal male ”.

Per il resto, oggi chiedevo in giro come fa un ateo a nutrire il proprio spirito. Segno che la religiosità è pericolosamente contagiosa, ma questo già si sapeva. Ho pensato che, quando parlo con un prete, mi viene in mente la più temibile delle partite a poker: mi guardo le carte, so che vincerò contro di lui, sono sicurissima. Però mi mancano i soldi per rispondere alla sua puntata. Per vedere.

7月27日

L'Otello confuso

Ieri sono andata a vedere l’Otello di Welles. E’ stato uno spasso. Il pubblico era stato probabilmente raccattato in un centro di igiene mentale e costretto con la forza a sorbirsi la tragedia del fazzolettino.

Arrivo tardi ( ma va’ ) e perdo l’inizio, la parte più bella, squallidamente recuperata oggi su you tube. Molto presto noto una signorina che visibilmente si dispera alle trame di Iago, coprendosi gli occhi con le mani o unendole alla napoletana con uno scoppetto ogni qualvolta Otello capisce asso per figura.

I sottotitoli rispettano la regola partenopea del “ a piacere ”: compaiono mentre nessuno parla, non corrispondono a quel che si dice, non viene accordato un participio passato neanche per sbaglio. Alla fine del film sto commentando questi artisti, quando il ragazzo davanti a me si volta e inizia a fissarmi, muto. Lo interrogo sul perchè della sua bella faccia e lui mi chiede cosa ci fosse di sbagliato. Ripeto le stesse cose e lui mi guarda come se gli stessi dicendo che il cielo blu non si intonava al bianco e nero dello schermo. Mi convinco che sia il sottotitolatore in persona, da cui il muto fissarmi, tipico esempio di deformazione professionale.

Nel frattempo dietro di me sento: “ Il film mi è piaciuto, certo, è molto diverso dal romanzo ”. Al che capisco che è ora di alzarsi, ma il meglio deve ancora venire. Usciamo, odo la fanciulla che si disperava ad ogni movimento del fazzolettino: “ Ma questo, Orson Welles, è quello che ha scritto 1994? ”.

Il suo interlocutore, imbarazzato da tanta cultura, si limita a fornire un incerto assenso. Poi ci pensa un po’ e aggiunge: “ No, aspè, quello pure si chiama Orson, però non Welles ”.

A questo punto è chiaro, fanno tutti parte dello show, sono controfigure di Iago: they’re poisoning my delight.

7月12日

Ode al gin tonic

Esiste un tipo di fedeltà certa come la morte, bella come il sole e giusta come… come… ecco, che razza di generazione che siamo, non mi viene in mente neanche una cosa giusta. Comunque, un tipo di fedeltà assoluta che provoca immensa gioia nel fedele, ed è quella al gin tonic. Già soltanto l’idea del gin tonic fa venire sete, sembra di sentirne il primo sorso sulla lingua – il suo ricordo è precisissimo. Il gin tonic non si beve, non è una bibita passiva. È lui che si concede. Si adatta alla perfezione alle curve del palato e vi acquieta.

Il gin tonic si ama oppure no, non ci sono vie di mezzo. Non esistono bevitori occasionali di gin tonic perché, se lo si apprezza, dopo averlo provato non si può più bere altro. Il gin tonic rappresenta il sublime.

La decisione di bere un gin tonic nasce spontaneamente e sempre si rinnova. Ogni volta, mentre scorge il menù pieno di cocktail ricercati e/o dai nomi improponibili, il bevitore di gin tonic sposta pigramente lo sguardo da nord a sud, da est a ovest, ma non sta leggendo davvero. Lui non ha bisogno di leggere. Lui sa. Sta semplicemente rinviando il momento in cui l’unica possibile scelta gli si concretizzerà sulla lingua, con quel sapore così tipico dell’ineluttabilità. Il bevitore di gin tonic legge la lista come quando, all’aeroporto, in attesa dell’ennesimo volo, finiamo col provarci quegli occhiali da sole orrendi, un paio dopo l’altro, senza nemmeno guardarci allo specchio, per poi rimetterci finalmente i nostri, distrattamente, e renderci conto che sì, quelli vanno proprio a pennello. Non accadrà mai che sentiate dire “ Prendo un mojito. Anzi, un gin tonic ”. No. Questa ipotesi è impossibile. Il bevitore esperto proclamerà, con fede indiscutibile, “ Un gin tonic, per favore ” ( il bevitore di gin tonic è educato ). Sa che non potrebbe esserci altra soluzione che questa.

Ora, i principali pregi del gin tonic sono tre. Innanzitutto, è adatto a tutte le occasioni. Pre-dinner, after-dinner, during-dinner. Aperitivo mangereccio? Gin tonic. Magari sono le due di un assolato pomeriggio di agosto, approdiamo beduinamente ad un’oasi di plastica verde, ci sediamo, abbiamo sete. Un’aranciata? Meglio, un gin tonic. Il gin tonic è leggero o meno a seconda dei vostri bisogni. Il gin tonic sa chi siete ed è lì per farvi felici.

La seconda qualità è insita nella sua essenza: il gin tonic non vi stufa mai. È perfetto nella sua inconsistenza, elegante nella sua neutralità. Fresco, amaro, inconfondibile. Non sono in grado di descriverne il gusto, forse il suo segreto è proprio che non ha nessun sapore. Ognuno gli dà il sapore che preferisce e lui, accomodante, vi accontenta. Basti pensare alla seconda delle sue componenti: l’acqua tonica. L’acqua tonica è, nel panorama delle bibite, l’equivalente della zanzara nel mondo animale: odiosa e priva di scopo. Ma, come la zanzara, e anche di più, serve. È la sposa perfetta, la grande donna dietro il grande uomo.

La terza caratteristica del gin tonic è che ci sta sempre bene. Vuoi un gin tonic? Sì. Non esiste un’altra possibile risposta. Il consenso arriva però senza violenza, il gin tonic non è una droga. Semplicemente, a conti fatti, perché rifiutare un gin tonic? Superfluo aggiungere che, dopo aver bevuto un gin tonic, l’unica cosa che resta da fare è berne un altro. Dirò di più: il gin tonic non fa ubriacare. Al limite, siete voi che vi ubriacate, per conto vostro. Lui non ha colpe. Se decidete di ubriacarvi, il gin tonic vi aiuterà. Se, invece, non volete, basta saperlo. Il gin tonic vi rispetta.

In effetti, esiste la possibilità che il bevitore di gin tonic tradisca occasionalmente il suo elisir di lunga pace. Ciò accade nei bevitori particolarmente consapevoli di quel che il prodigioso liquido rappresenta. Il tradimento è una temporanea tortura che l’innamorato si infligge, già pregustando il piacere che proverà nel tornare successivamente al suo unico, autentico amore. Dunque, se questo accade, non biasimatelo. In quel momento ha scelto di soffrire perché è un romantico.

Naturalmente questa storia vale soltanto per il gin tonic.

6月29日

Regalo di lunedì

Ogni lunedì meriterebbe un regalo. Un regalo lungo e appiccicoso, che duri sino al nuovo inizio.

LETTERA AMIROSA

(1924)

* * *

Ve voglio fa’ na lettera a ll’ ingrese,

chiena ‘e tèrmene scìvete e cianciuse,

e ll’ aggia cumbinà tanto azzeccosa

ca s’ ha d’ azzeccà mmano pe nu mese.

Dinto ce voglio mettere tre ccose,

nu suspiro, na lacrema e na rosa,

e attuorno attuorno a ll’ ammillocca nchiusa

ce voglio da’ na sissantina ‘e vase.

Tanto c’ avita dì: Che bella cosa!

Stu nnammurato mio quanto è priciso!

Mentr’ io mme firmo cu gnostia odirosa:

Il vosto schiavotiello: Antonio Riso.

6月7日

La sindrome del compagno di giochi

 

 

Lo studio di uno psicologo. Il dottore e la paziente.

 

- Si accomodi.

- Dov’è il lettino?

- Signorina, i lettini ci sono solo nei film. Si sieda qui ( indica la sedia di fronte a lui ).

- Posso almeno togliermi le scarpe? Sa, i tacchi… altrimenti la costrizione delle mie estremità inferiori potrebbe tradursi in un senso di coazione che investirebbe la mia estremità superiore…

- Lei fa l’università?

- Io? Perché?

- Io non accetto mai pazienti universitari. Si fanno domande alle quali conoscono già le risposte, spesso più originali di quelle che offriamo noi . Sono convinti che l’essere umano sia un qualcosa di affascinante, e non un semplice schema, come in effetti è. Lo studente universitario viene da noi soltanto il lunedì, perché i bar sono chiusi. Lei va all’università?

- Io? Assolutamente.

- Bene. Cominci pure, allora.

- Come, cominci pure? È lei che deve farmi le domande… possiamo partire da quei disegnini astratti ed io le dico che cosa ci vedo e lei offre spiegazioni intelligenti alle mie risposte?

- No.

- No?

- No. Io non faccio domande. Lei è venuta qui perché ha qualcosa da dire, o almeno lo spero.

- Beh… sì.

- Sentiamo.

- Ecco, io parlo da sola.

- Anch’io.

- Non è una bella cosa.

- Neanche la zanzara è una bella cosa. Eppur punge.

- Lo so che cosa sta pensando.

- Ah sì? La prego, dica pure.

- Sta pensando che tutti parliamo da soli. Ma io non parlo mai da sola.

Il dottore prende appunti. “ Cade in evidenti contraddizioni ”.

- Vede, io non monologo. Io soliloquio. Lei di certo conoscerà la differenza.

- Naturale.

- La maggior parte delle persone che parlano da sole dice cose tipo “ no, basta, adesso mi ha seccato ”, leggendo il messaggio dell’ex sul cellulare, oppure “ ma dove l’ho messo? ”, mentre cerca l’accendino, o “ ci vado domani ”, perché si scoccia di pagare le bollette, eccetera. La maggior parte delle persone si limita a pensare ad alta voce. Io no. Le mie sono conversazioni. Vede, dottore, io soffro di infatuazioni - in senso intellettuale/emotivo, non in senso fisico. All’improvviso mi invaghisco di una persona, uomo o donna che sia, e mi piacerebbe sapere tutto di lui, o di lei.

- Di essa, cioè, della persona.

- Giusto! È bravo, lei, ha fatto l’università?

- Vada avanti!

- Dunque, ad infatuazione avvenuta è chiaro che mi piace ossessionarmi col pensiero di questa persona. Immagino di parlare con essa di tutto, di chiederle che ne pensa di Frisch, di Trieste, degli gnocchi alla sorrentina o della clamorosa carenza di orecchini a clips.

- Mi dia qualche dettaglio su queste conversazioni. Dove avvengono, con quali modalità…

- Di solito il mio salotto è il bagno. Mi faccio delle chiacchierate esagerate. Ma può capitare ovunque e la cosa preoccupante è che inizia a succedermi anche in pubblico. Ad esempio, ieri, in autobus, sono scoppiata a ridere esclamando “ Ma smettila! ”. In quel momento, nella mia testa, mi trovavo nel vecchio appartamento di Carla a Bologna. Il ragazzino di fronte a me ha sentito ed ha smesso di grattarsi la testa, così ho comunque sortito un effetto positivo, ma va a fortuna. Se fosse capitato nello studio del mio capo, tanto per dire?

- In queste sue conversazioni, lei si dà botta e risposta?

- Sta scherzando! Vorrebbe dire falsare il tutto. No, io pongo domande e poi taccio, ascolto educatamente la risposta. Io so ascoltare, e poi è cattiva educazione parlare in due. Vorrei sottolinearle che non conosco mai le risposte del mio interlocutore, nonostante sia una parte di me a formularle. La risposta è sempre un’assoluta sorpresa, dunque capisce, sono conversazioni molto interessanti. C’è un certo sharing.

- E di cosa parlate, di solito, lei e i suoi amici?

- Mah, di tutto. Non sono sempre miei amici, comunque. A volte invito gente, persone nuove; poniamo il caso che mi stia interrogando su qualche aspetto religioso. È possibile che la mia infatuazione sia del mio stesso avviso sull’argomento, nel qual caso la conversazione abortirebbe immediatamente. Così chiamo in causa altri individui di parere contrario, per animarla. I miei soliloqui sono occasione di incontro, talvolta di scontro, sicuramente di crescita.

- E’ sempre presente la sua infatuazione, in questi salotti?

- No, naturalmente ci sono periodi in cui non sono infatuata, dunque chiacchiero con amici, conoscenti. Anche con persone che vedo tutti i giorni. Un caso singolare è invece quando inizio a parlare con una persona che conosco poco. Parlo parlo parlo e poi, nella realtà, la rincontro dopo svariati mesi. Per lei ci siamo visti soltanto mezza volta, mentre dal mio punto di vista ci conosciamo benissimo, così la tratto con una confidenza eccessiva. Probabilmente sono ormai convinta che quella persona sia in un certo modo, la vedo così come è apparsa durante i nostri incontri, ma potrei essermi totalmente sbagliata, il che può creare delle difficoltà.

- Ma, quando avverte questi bisogni locutori, perché non alza il telefono e chiama l’infatuante, l’amico o chicchessia?

- Vede, io soffro di quella che definisco “sindrome del compagno di giochi”. Vorrei una persona con la quale condividere tutto quel che faccio, e penso, e dico. Sempre. Ora, lei capisce che le persone che mi circondano hanno anche una vita, non possono certo stare tutto il tempo appresso a me. Tra l’altro, è possibile che durante i miei soliloqui le persone mi diano risposte più convincenti di quelle che mi offrirebbero nella realtà, quindi lo preferisco. Io le miglioro, le elevo. Così facendo le apprezzo anche di più. Il mio è solo un metodo di potenziamento amoroso verso il prossimo, il buon samaritano ci rimarrebbe secco.

- Capisco.

Silenzio. Il dottore appunta “ Ritirare trapano ”.

- Che sta scrivendo?

- Interessante la sua teoria del compagno di giochi. In ogni caso, mi sembra che lei stia molto meglio di chi da uno psicologo non ci è mai andato. Ha un sacco di amici. Fa del suo meglio per stare bene.

- Quindi non fa niente se parlo da sola?

- Ma no. Anche io parlo da solo, gliel’ho detto. Ho un amico immaginario da quando avevo sei anni. Lui adesso ne ha 54, due più di me. In questo momento è lì, accanto alla finestra.

La paziente si volta verso la finestra.

- Si chiama Rocco. Fa il commercialista, difatti spesso mi aiuta con la contabilità, io non ci capisco un tubo. Andiamo sempre a pesca insieme. Io odio pescare da solo.

Silenzio. La paziente è vagamente interdetta, non sa cosa fare, se andarsene o meno.

- Bene, io vado adesso.

- A lei piace pescare?

- No.

- Peccato.

- Però mi piace molto mangiare pesce.

- Allora la prossima volta che riusciamo a prendere qualcosa di consistente la invito a pranzo da noi.

- La ringrazio. Arrivederla.

 

 

La paziente esce dallo studio. È dilaniata da conflitti interiori non indifferenti. Non riesce a capacitarsi dell'aver dovuto dire, per la prima volta in vita sua, quella parola. Assolutamente. In nome di quel culto dell’omissione che con tanto fervore pratica non ha voluto mentire sul suo status di studentessa, né è riuscita ad ammetterlo. Quante volte si è scagliata contro chi usa quest’avverbio senza un sì o un no a determinarne il significato? Il rimorso è troppo grande.

Solo un gin tonic potrebbe perdonarla, assolverla dalla colpa.

Ma è lunedì, il bar è chiuso.

 

 

5月30日

Frammenti di fine

 
 
 

Visto che la narrativa contemporanea impone giochi di tempo, altalene, ritmi sconnessi e flash sul passato, mi uniformo alla legge e propongo frammenti di conclusione.

Ho messo in linea alcuni post vecchi di qualche giorno. Sono le tre e mezzo di notte, fuori Miami impazza perché è una settimana speciale e tra qualche ora si parte. Nell’ultimo mese ho scritto poco perché è stato tutto meraviglioso, dunque noioso da leggere. Mio fratello mi ha spesso sottolineato che gli scrittori “ scrivono sempre storie tristi ” – è che l’allegria non è interessante. È à vivre, pas à lire.

Ho fatto i saluti, non con tutti, come al solito. Ho passato una bell’ultima serata, il che è lodevole da parte mia. Sono un po’ triste, decisamente, ma mi tocca. Qualche giorno fa sono passata in macchina su uno dei ponti che collegano Miami Beach a Downtown, era all’imbrunire, temporale in arrivo, nuvoloni grigi intrappolati fra i grattacieli, luce ultraterrena. La scelgo come immagine da portare con me. Miami quando piove sembra un’altra città, diventa in bianco e nero. Si spegne, sotto l’acqua, come se fosse fatta di fuoco. Da un certo punto di vista potrebbe essere qualsiasi posto, potrebbe essere Novara, Nantes o whatever.

E poi, mentre mi arrabattavo con la valigiona, scendendo le scale, con Jorge che mi aspettava per portarmi all’aeroporto, è successa una cosa bellissima. Esattamente di fronte alla porta dell’appartamento mio e di vicky c’è una finestra, con un gatto, a volte due. Quello nero sembra sempre sul punto di suicidarsi. Non so quante sigarette ho fumato in questo tete-à-tete col felino. Spesso si sente la padrona che canta e qualche volta ci siamo anche salutate, soltanto con la mano, ma non l’ho mai vista in viso perché c’è una zanzariera grigio scuro che lascia intravedere solo le sagome, all’interno dell’appartamento. Mentre mi arrabattavo con la valigiona è sbucata un testa bionda, capelli corti, facciona solare:

-         hey mama! Donde vas?

-         Italia -, dico, senza nemmeno la preposizione.

-         Italia? Que rico! God bless you!

Adesso, detta così, senza i punti esclamativi e interrogativi a capa sotto, sembra che la benedizione me l’abbia mandata unicamente per via della mia méta. Però è stato bello. Mi mancherà anche lei, mi mancheranno tutti. Il che vuol dire che ne è valsa la pena.

In realtà adesso non sono già più le tre di notte con Miami che impazza, sono in aereo a bere un vino al petrolio, sotto di me l’oceano – e si vede proprio che è l’oceano, non un mare qualsiasi. Comincio ad essere un po’ brilla perché sono a digiuno e non ci danno da mangiare, si vede che l’Alitalia è stata/è in crisi – niente salatini. I salatini sono il piacere principale del viaggio in aereo, sono lo strato di cioccolata in mezzo agli ibridi pandori da pacco regalo: una ragione di vita. In realtà fanno sempre schifo, esattamente come i pandori, però ci devono stare. Sono incredibilmente fortunata perché tra me e il signore c’è un posto vuoto dove ho piazzato il mio zaino enorme, però il mio schermo non funziona e l’audio del posto affianco neanche, dunque posso scegliere se ascoltare un film senza video oppure limitarmi a guardare le immagini, leggendo sulle labbra degli attori.

Come vi avevo anticipato, per una serie di vicissitudini burocratico/bancario/folli sono rimasta senza una lira, pur non essendolo. Arrivo all’aeroporto con i soldi contati per il cambio biglietto, ma era quasi certissimo che non avrei dovuto pagare nulla perché l’Alitalia aveva fatto un errore ( poi dici che è in crisi ). Dunque vado al check in, appuro che non mi hanno fatto pagare, mollo Jorge e il nostro romanticissimo addio un po’ prima del previsto e varco i controlli, smaniosa all’idea dello shopping da duty free. Vado e spendo, tanto ormai quei soldi non servono più, mi hanno dato la carta d’imbarco, è fatta. Alitalia buuuuu, urlo dentro di me, mentre compostissima mi spruzzo un po’ di Chanel Chance ( che è il mio profumo abituale. Ditemi voi quale sfigata, in un negozio di profumi, si mette lo stesso profumo che usa normalmente – chi sa che quello è il migliore fra tutti, risponderete – bravi ). Ovviamente ci sono ritardi, siamo già tutti al gate, annunciano che ci imbarcheremo tra quindici minuti, così mi apparto e faccio un po’ di telefonate, a Stephen, a Maria, a Doug, che non risponde, ragion per cui mi sento in diritto di lasciargli detto in segreteria che sono la donna della sua vita. Ad un certo punto una voce tuona: “ La signorina Ornella Tagiani è richiesta con urgenza allo sportello di imbarco ”. Panico. Hanno scoperto che non mi hanno fatto pagare il cambio biglietto e adesso vogliono i soldi, ed io li ho spesi tra Chanel e Marlboro. Palpitazioni. Ma no, ha detto Tagiani. Tagiani non sono io. “ La signorina Ornella Tagiani è richiesta immediatamente all’imbarco ”. Ecco, lo sapevo, lo sapevo! Adesso non mi fanno partire. Adesso mi arrestano. Quante possibilità ci sono che Ornella Tagiani non sia io? Non posso tornare in Italia, qui non ho più una casa perché mi hanno sfrattata, l’ospitalità di Walter ha un limite e poi adesso ha anche un cane, ho detto a Doug che ci sposeremo, Vicky mi odia perché non l’ho aiutata nel trasloco in cui sei è fregata due mie collane ( ma questo allora ancora non lo sapevo, fa sempre parte della narrativa contemporanea ). Mi avvicino al banco, col cuore che batte, sto per giocarmi tutto. La signorina non mi considera. Parla con altre persone, io tremo. Non mi faranno partire, lo so, che bisogno c’era di comprare tutte quelle sigarette, che bisogno c’è di fumare? Se mi fanno partire smetto di fumare ( battuta!! Spiritosa anche nei momenti più difficili ). Se non parto però vado con Jorge a Key West. Se non parto rivedo chi voglio rivedere, se non parto stasera c’è una festa a Coral Gables. “ Scusi? ”, provo a interrompere. Niente, non mi si filano, le persone parlano di non so cosa sopra la mia testa, pur essendo tutti più bassi, non mi fanno partire. “ La signorina Ornella Tagiani!! ”, mi urlano in faccia. “ Sono io ”, dico con lo stesso tono con cui dicevo “ Sì ”, quando la professoressa mi chiamava per interrogarmi in greco. Un tono da patibolo.

“ Ah, è lei! Senta, dobbiamo cambiarle di posto, le dispiace? Avrà sempre un posto finestrino, stia tranquilla, però il B24 è più spazioso e dobbiamo darlo a quell’handicappato lì – e mi indica svogliatamente una poveretto sulla sedia a rotelle – che, vede, è proprio ridotto male. Va bene? ”.

Ma sì che va bene, va bene qualsiasi cosa, va bene persino quanto sei impolite nei confronti del paralitico, poi dici che l’Alitalia è in crisi, ma in questo momento non fa niente, se vuoi faccio il viaggio in piedi, oppure vi do una mano a distribuire i salatini ( dei quali ci hanno privati, vedi, se vi foste fatti aiutare… ), basta che mi fai partire.

E sono partita. Sull’aereo con noi c’era Renzo Arbore con una camicia a fiorellini bellissima. Adesso sono qui da una settimana, è sabato sera e tra poco esco. Ieri ho pagato un cocktail 2 euro e 50: c’è del buono anche in Danimarca.

 

 

 
5月23日

Cercasi casaro

Grazie alla mia newsletter cult, ho ricevuto questo annuncio.

“ Il Servizio Eures della Svizzera informa che si sta cercando un casaro a cui affidare un caseificio in Angola, Africa.
Con un contratto di 2-3 anni, il casaro gestirà il caseificio con nuovi impianti di fabbricazione tedesca, formerà il personale locale e svilupperà prodotti adatti al mercato locale.
Requisiti: età da 30 a 45 anni, lingua materna francese, conoscenze di lingua inglese, qualifiche professionali.
Per candidarsi inviare subito lettera di presentazione e CV a blablabla ”.

Nuovi impianti di fabbricazione tedesca. Secondo me non è vero, è una di quelle cose che si scrivono per darsi un tono. Suona proprio bene, “ impianti di fabbricazione tedesca”, per di più “nuovi” – d’altronde, non potrebbero mai essere vecchi, gli impianti di fabbricazione tedesca. Gli impianti di fabbricazione tedesca sono sempre nuovi, il nuovo è insito nella loro natura di teutonici. Non importa che si tratti di impianti per le mozzarelle, per i tulipani o le suole delle scarpe: “impianti di fabbricazione italiana” o “impianti di fabbricazione olandese” non darebbe la stessa fiducia.

Un casaro è ovviamente uno che fa i formaggi. Già una volta avevo ricevuto una email per promuovere la produzione di nuovi tipi di formaggio in Africa, purchè fosse lavorato da donne. Il tipico formaggio rosa, o formaggio delle pari opportunità. Chissà quali sono i prodotti adatti al mercato locale: quelli che non si sciolgono e che stanno bene col mango, forse ( che caduta di stile, perdonatemi ). Età dai 30 ai 45 anni. E perché? Perché non 29 o 46? Mistero. Francese come lingua materna, addirittura, non basta che uno il francese lo sappia parlare. D’altra parte, è una questione di fiducia etnica: come li fanno loro, i formaggi, non li fa nessuno. Qualifiche professionali: vi prego, vi pago qualsiasi cifra per leggere il curriculum di un casaro.

Tre tipi di follia

So. Sto cercando di identificare i diversi tipi di follia, a Miami, a New York e a Napoli.

A ny la gente è folle per non essere banale. Perché si porta, perché altrimenti sei noioso, perché è la norma. Folle come si beve un bicchiere d’acqua quando si ha sete, come ci si mette a correre quando si ha fretta. Non ci presti attenzione, è inevitabile. Un tipo ieri ci ha chiesto una sigaretta e malauguratamente non l’avevamo, così ci ha deliziati con le sue teorie sul fumo, esperienza spirituale almeno quanto la masturbazione, o sulla festa della mamma, che assolutamente non approva: che vuol dire la festa della mamma, solo della mamma? Non pone in buona luce la sua figura… il padre che fine ha fatto? Era il bell’uomo che veniva dal mare, parlava un’altra lingua, però sapeva amare?

Miami presenta una notevole quantità di pazzia vera, nel senso di gente con problemi psicologici gravi. È il posto dove si sono riversati tutti gli ex ospiti di manicomi. In aggiunta a ciò, c’è la più alta concentrazione di persone che hanno vite singolari, storie complicate, lavori improbabili; come la russa che mi dice che la tata del suo uomo ha tentato di ucciderla lasciando il gas aperto perché è innamorata del padrone, chi aspetta che un peruviano le paghi il lifting in cambio del matrimonio a scopo green card, chi ti dà il bigliettino da visita in quanto “ mistress ”, nel senso di una che picchia gli uomini a pagamento. Altro che dottorato. Sul bigliettino ci sono due ragazze, una incatena l’altra e la frustra. Sotto, il numero di telefono.

A Napoli la gente è folle nonostante non presenti nessuna di queste caratteristiche. Il concetto di normalità non è proprio envisagé, è il loro way of thinking che sfugge a qualsiasi regola. Non si può inquadrare. Per esempio, perché usare parole straniere quando ne esistono traduzioni altrettanto soddisfacenti?

Plantains

Oggi sono stata nel negozio più bello del mondo: una drogheria a Little Havana che vendeva di tutto. L’oggetto più pregevole era senza dubbio un portachiavi a forma di barattolo con una madonna sopra, con in cima una moneta che funge da fermo agli spiccioli da inserire dentro. Insomma, l’effetto primario è madonna+moneta, il che è già di per sé notevole. I soldi sono importanti, tant’è vero che esiste anche lo spray alla vaniglia di origine indiana, per l’ambiente, specifico per la “ benedición de dinero al hogar ”; sopra c’è la faccia di un pellerossa… oh, pardon, di una persona di origine scarlatta, che rassicura “ 100% legítimo ”, ovvero genuin house blessing spray – ovviamente è bilingue. C’era anche quel giochino che mi facevo sistematicamente comprare ad ogni festa della madonna delle galline, una specie di cestello incastrato su un manico dove si strucca el botton e si lancia la pallina. Da riacchiappiare, cosa che ho sempre finto di non capire. Infine ho trovato degli occhialoni da sole a forma di chitarra elettrica, nei quali mi sono frusciata mentre Jorge ricaricava il cellulare. Siamo stati a gironzolare e a fare i cretini nel negozio per una mezz’oretta, prima di notare la proprietaria che ci fissava immobile, a braccia conserte. “ Tu tienda me gusta muchissimo! ”, le dico uscendo. Ho detto proprio così, muchissimo. Lei ha risposto “ bye ” e ho capito che rispondere in inglese, a Little Havana, è la più suprema forma di disprezzo.

Abbiamo mangiato colombiano, il che equivale a dire che abbiamo mangiato cubano, o venezuelano, o a piacere, tanto fanno tutti gli stessi fagioli, lo stesso riso, la stessa carne, le stesse plaintains ( specie di banana, che io ogni volta prendo pensando che siano patate ), le stesse frittelle di mais. Quando faccio notare la cosa a Jorge, mi spiega che è radicalmente diverso il modo di cucinare queste prelibatezze. Sarà anche vero, ma ha tutto lo stesso normalissimo sapore di fagiolo, riso, carne, banana e mais. Comunque.

Per il resto, nulla di nuovo. Ci hanno sfrattate perché Vicky non ha pagato l’affitto, mentre ero con Jorge lei ha svuotato l’appartamento prendendosi anche il mio materasso, la carta igienica e l’ossigeno, dormo su un divano, circondata da una valigia e dieci buste di cui non ricordo assolutamente il contenuto, non ho più una lira, stamattina sono andata in kayak sulla baia, ieri diluviava fino a coprire mezzo pneumatico di automobile, dovevo andare a key west e non ci andrò, ho sole tre ore di sonno alle spalle, devo vedere cento persone prima che parta, mi fa un po’ male la testa ed ho fame. Thank you for your attention.

5月16日

Riflessioni e variazioni linguistiche di un certo tipo.

Premetto che a me piace italianizzare il dialetto. Deformazione professionale di linguista, in qualche modo devo modificare le parole e darne una mia interpretazione personale. Una delle mie prossime grandi fatiche sarà dimostrare che la virgola prima della e congiunzione, a volte, ci va proprio a pennello ( incisi a parte ). Rappresenta graficamente il parlato, l’esitazione dell’aggiunta.

Del napoletano mi piace che si utilizzi il passato remoto anche per quello che feci stamattina, perché il passato è passato e basta. Democratico e saggio. Mi piace anche che si utilizzi il congiuntivo al posto del condizionale, perché non esistono condizioni chiaramente identificabili nel manifestarsi o meno di un evento, l’unica cosa che c’è è il mondo delle possibilità. O’ facesse si putesse: “lo farei” indica che sono ben cosciente della causa che mi impedisce l’azione, “o’ facesse” riassume l’impotenza umana di fronte al divino.

Detto tutto ciò, parole in napoletano che adoro ( chiedo perdono per l’errata grafia, I’m workin on it ):

- Stutare, spegnere. Mi fa pensare al vhum che fa la fiammella della candela quando ci soffi sopra.

- Inchiommato, termine che dovrebbe entrare del dizionario di italiano. Non può essere tradotto se non in modo brutto e infedele, d’altronde non ha bisogno di essere spiegato.

- ‘Ncasare. Niente a che vedere col casaro. ‘ncasare esprime foneticamente la frustrazione della ripetizione.

- Cuoppo. Mi piace riferito a persone di aspetto non particolarmente gradevole. Non lo uso mai, però… si' propr nu cuopp. Notevole.

- C’amma fa. Sembra arabo. Dentro c’è tutta la saggezza del fatalismo, ossia la mia.

- Assaie. In realtà preferisco assai, in italiano, pronunciato però con forte accento partenopeo, con la “s” serpentina e vagamente zeppolosa, vezzo dei napoletani colti, e una “a” superba che si prende tutta la scena, dimenticandosi che dopo di lei c'è un'altra vocale. Se un ragazzo ti piace molto, significa che avete un bel rapporto, di condivisione, scambiate idee. Se un ragazzo ti piace assai, può voler dire che ti sei dimenticata di chiedergli come si chiami.

Funziona anche meglio in senso ironico.

- ‘Ntufato. Dicesi di persona molto ben disposta a incasarti ( vedi sopra ) con la testa nel tufo.

- Ruoto. Non è una delle mie parole preferite, ma approfitto dell’occasione per rivelare al mondo che questo termine in italiano no-ne-si-ste.

- Suonno, che significa sia “sonno” sia “sogno”. Perché, come spiega Erri De Luca, “ per noi è la stessa cosa ”.

- Cacaglio. L’unica parola che un balbuziente riesce a pronunciare senza difficoltà, perché è cacagliosa in sé. È un atto di generosità, un gesto d’amore nei confronti del debole.

- Chiummo. Funziona come cuoppo, ma per soggetti inanimati. Una parola che ti riempie la bocca come un bacio e, adesso che ci penso, in assoluto la mia preferita. Giuro che non riesco a pronunciarla senza sorridere. Una parola che dura dai 6 agli 8 secondi, puoi fermarti su quella "u" e farti due gnocchi prima di tornare alle "m": il napoletano è lo slow talking.

- Scetato. Un termine che riassume tutta la drammaticità del risveglio mattutino, evocando secchiate d'acqua in faccia e sberle assortite.

- 'Nzevato. Neanche il tempo di pronunciarlo e già devi andare a sciacquarti le mani.

- Acchiapp’a chist. Plurisemantico: riferito a persona che fa qualcosa di bizzarro, o a chi insiste nel tentare di convincerci, ad esempio, a bere un altro bicchiere. Nel significato letterale, celebre la scena del film “ Tototruffa '62 ”, in cui Totò finge di essere l’ambasciatore del Catongo e convince un povero sprovveduto a dargli cinquantamila lire ( “ cinquantacinquemila! ”, tuona Nino Taranto ) in quanto tasse necessarie alla riscossione di un’improvvisa eredità di un miliardo.

- Ritengo inoltre che alcuni imperativi siano molto più efficaci in napoletano, in particolare quelli dei verbi di movimento: Trase. Fa pensare al prefisso trans-, evoca un attraversamento metafisico. Sossete. Mi ricordo ancora un bar a Trastevere in cui un autoctono osò rubarmi la sedia mentre ero in bagno. Il povero caro mi aveva sentita parlare soltanto in francese con la mia amica, ignorava le mie origini. Torno, constato l'accaduto, mi avvicino e gli faccio gentilmente notare che quello è il mio posto. Il fanciullo fa orecchie da mercante. Al che smuovo leggermente la sedia intimandogli " Sossete, guagliò ". Credo che non si sia più seduto per il resto della sua vita.

Poi ci sono i termini ( moltissimi, ma datemi tempo ) che hanno chiare assonanze con parole straniere, soprattutto da un punto di vista pragmatico:

- Don’t mention it. Nun o dice proprio.

- Take care. Statte buono.

- Never mind. Nun ce penzà.

Infine, alcuni miei matrimoni linguistici tra culture diverse:

- T’inquiète. Staje in man a l’art.

- Bon courage. C’a maronna t’accumpagne.

Questo post tradisce tutta la mia nostalgia per il napoletano. La lista al momento è limitata perché la lontananza rende la mia memoria più fallita del solito. Verrà però periodicamente aggiornata per i prossimi dieci anni. Accettansi con gioia indicazioni di altri termini, purchè fornite di dettagliate spiegazioni sul loro valore.

Per l'appunto. Emanuele mi ha suggerito le seguenti, ricercate espressioni e noi lo ringraziamo: grazie Emanuele!

o' nfinfero = l'atteggiato

spampanato = allargato, tipo una rosa spampanata, dai petali molto aperti.

o fai scenner re coglie r'abram = ovvero quando fai risalire un fatto ai coglioni di Abramo, dicesi di digressioni eccessive.

ammartnat = uno vestito bene, tutto convinto.

scuagliamaronne = dicesi di persone o famiglie incredibilmente malvagie.

strevez = ovvero strano, incomprensibile.

a' ribbott ( oppure, come soprannome, gianni a' ribbott ) = è il fucile a doppia canna, fu il soprannome di un innamorato geloso intenzionato ad uccidere l'uomo che gli aveva soffiato la donna.

e' saettell = le fogne.

5月9日

New York, due anni dopo

Ho scoperto che esiste il pane da toast all’uvetta, che ovviamente non va tostato perché è buonissimo così. Philip però non lo sa e me lo bruciacchia, costringendomi a mangiarne altre due fette di nascosto adesso, alle 5.40 am.

Soltanto seconda a questa grande intuizione, ho scoperto che adoro New York. Oggi sono stata ad Harlem e alcune case hanno le verande di legno in stile coloniale, con le colonnine sottili. Sono tornata al Guggenheim, dove si entrava by donation e dove ho esercitato tutta la mia generosità offrendo ben 1 dollaro – soltanto perché la signorina mi ha obbligata. La mostra valeva esattamente tale cifra: a parte una trascurabilissima esposizione di un’ignota messicana che ha scritto qualche fesseria sui muri, esposto una radio anni ’80 e un orologio, definendo suddetta pregevole opera d’arte “ Riflessioni sul tempo ”, l’unico quadro degno di nota era di un certo Picasso e si intitolava “ La repasseuse ”. Durata della visita: 30 minuti ( di cui ventotto davanti alla stiratrice ).

Sono anche entrata nella chiesa di San Giovanni il Divino - patrono della modestia, suppongo. Dopodiché sono passata a casa di Gabriel per vedere quant’è carino il suo appartamento e detestare il maggiordomo, padrone di casa, che non mi lascia dormire da lui. Un maggiordomo padrone di casa, una contraddizione in termini. Siamo andati a sentire un po’ di jazz, accanto a me c’era un vecchietto che, tra una pausa e l’altra di un pezzo, mi chiedeva “ Ma secondo te suonano ancora? ”. Eravamo nel West Village e adoro New York, l’ho già detto? Rientra tutto nei miei schemi, per me il colpo di fulmine non esiste: mi ci vuole un po’ di tempo per innamorarmi, sono lenta.

All’uscita ho detto a Gabriel che ha dei gusti triviali in fatto di jazz, il che deve averlo offeso a morte, dal momento che non mi ha rivolto la parola per il resto della serata; ciò mi ha permesso di fregargli qualche patatina dal cheeseburger senza rischiare che mi intimasse di smetterla.

Confermo che la metropolitana di New York è gestita da Cip e Ciop. Causa interruzioni assortite, arrivo al ferry alle 2.32. Il ferry partiva alle 2.30. Mi tocca aspettare quello delle 3.30. Poi il treno. Poi dieci splendidi minuti a piedi in cui canto “ Stai seria con la faccia ma però ” per le strade di una Staten Island deserta e silenziosa. Giro la maniglia alle ore 4.50, dopodiché arriviamo al pane tostato.

Confermo anche che mi piace il caffè americano, ebbene sì, mi piace da sempre. Che vuol dire che non è buono come un espresso? È come dire che zucca e lenticchie sono meno buone della pizza: che c’entra? Sono due cose diverse. E poi quello americano dura di più, e smettiamola di dire che la quantità è sempre irrilevante.

Gli uccellini cinguettano e rimando tutto il resto alla prossima puntata. Stay tuned.

4月28日

La razza spagnola

Alla stazione mi hanno dato una scheda da compilare, di quelle statistiche per sapere dove prendi il treno, dove scendi, quanto ci metti ( molto ), quanto questi viaggi hanno contribuito ad arricchire la tua idea del mondo ( troppo ). La scheda è scritta, molto democraticamente, in inglese, spagnolo e creolo haitiano. Potrei dilungarmi sulle appassionanti riflessioni linguistiche scaturite dalla lettura del suddetto formulario, ad esempio che in creolo “per favore” si dice “tanpri”, chiaro calco dal francese “Je t’en prie”, che però significa “prego” – ma, solo ed unicamente per oggi, avrò pietà di voi.

Comincio a compilare la scheda, dove vivo, con chi vivo, quanti anni ho; alla domanda n. 16 trovo qualcosa di très bizarre: “ My race is best described as…”, con elenco di varie opzioni.

La razza? Ho capito bene? E il politically correct, è andato in ferie, portandosi un più umano “nazionalità” dietro? Ma, soprattutto, che ti frega di sapere la mia razza in una ricerca relativa ai mezzi di trasporto? A questo punto mi aspetto anche che tu mi chieda se sono etero o meno, cristiana o induista, se preferisco la pastasciutta o gli gnocchi. Una possibile risposta è che, per motivarti a collaborare, ti sbandierano la possibilità di vincere un pass gratuito per un mese – probabilmente hanno intenzione di intonarlo al colore della tua faccia, perchè la moda è sacra, dunque la domanda è legittima.

Eccoci infatti alla lista delle opzioni:

- American Indian

- Asian

- Black / African American

- White

- Spanish/Hispanic/Latino

- Other

Bianchi e neri, stiamo giocando a scacchi. Mi stupisco che non abbiano scritto “yellowish” al posto di Asian. Tra l’altro si spazia da definizioni geografiche ad indicazioni culturali, a distinzioni cromatiche, fino ad un enigmaticissimo “other” – per gli ufo, credo, in modo che possano agevolmente scriverci “verde”.

Ma il punto fondamentale è: di che colore sono gli spagnoli? Devono avere una loro nuance tutta particolare, che mi è sempre sfuggita, dal momento che vengono esplicitamente citati in un gruppo a parte, rispetto ai bianchi ( scacco al re! ). Non v’è inghippo linguistico, perché sarebbe bastato limitarsi a “ispanici”, per indicare chi habla espagnol. O, visto che proprio ce l’hanno voluto mettere, “latino” è bislaccamente onnicomprensivo di tutto il continente americano, eccetto Stati Uniti e Canada. Dunque un mio amico, che ha il doppio passaporto, italiano e spagnolo, avrebbe dovuto barrare due caselle, cosa che è vietata dal regolamento – poi ti tocca pagare pegno. Oppure avrebbe dovuto dare prova della sua bianchitudine, prendendo ad esempio un lenzuolo e accostandolo alla faccia.

In compenso mi hanno regalato una penna.

Gialla. Tutto torna.

4月25日

Lezione di marketing n. 3 - quando il diavolo si veste di bianco

"My hands are of your colour; but I shame / To wear a heart so white."

E' uscito " Nudo ", un libro scritto a sei mani. Oddio, “ scritto ” è un po’ eccessivo, dal momento che si tratta di un volume di 112 pagine bianche. Ha una copertina, una prefazione e centododici fogli sui quali non è stampato altro che il numero della pagina.

Con un amico cominciamo a distruggerli: cosa diranno durante la presentazione? E che domande potremmo porre loro se ci andassimo? Ad esempio, se si rendono conto che il loro è un insulto alla letteratura, che avremmo da leggere ancora per secoli se si smettesse di scrivere oggi stesso; oppure potremmo lodare il loro testo in quanto ponte culturale tra Oriente e Occidente, dal momento che può essere letto anche da destra verso sinistra. Io mi proporrei per tradurlo.

Insomma, siamo alla frutta, la gente ci prende per i fondelli e pretende anche 5 euro.

Leggo stralci dell’introduzione: il mondo è già troppo pieno di parole, basti pensare a quei libri che, pur scritti, risultano più vuoti di questo. Furboni…

Il mio amico mi sta già dicendo “ Beh, in effetti, sempre meglio questo che l’ultimo di Coelho ”. Poi scopro che i tre autori del nulla lavorano per la stessa piccola casa editrice con la quale pubblicano. Realizzo che la notizia ha quel tipico sapore da pausa caffè per il quale l’ho già inoltrata a tre persone. E il nome della casa editrice viaggia. E l’Ansa ne parla.

Che dire? Semplicemente geniali.

P.S: Il post è di ieri.

Oggi ascolto l’intervista ad uno dei tre non-autori: mi aspettavo di sentirla leggera e provocatoria, l’unico modo di apparire in maniera intelligente. Invece la white lady inizia a dire che questo volume si riempirà con i pensieri dei lettori, che vuol essere un invito alla riflessione, alla scelta dei libri da acquistare in futuro.

Se avete comprato questo, trust me, avete già letto tutto quello di cui avevate bisogno.

4月24日

Afo8

La scrittura e' grezza.

E.C.

4月23日

Il libro delle facce

Constato oggi – perché, se non fosse chiaro, io constato -, con stupore, che non ho ancora affrontato l’argomento Facebook.

- Non hai Feeeeisbuuuc???

No. Tu ce l’hai un anello col topazio affumicato? No. Ti sto forse infliggendo uno starnazzamento del genere unito a quest’espressione da deficiente? No.

Non che io sia contraria alla comunicazione o ad Internet, anzi. Ho tutto, mail, Skype, Msn, blog. Direi che comunico sin troppo, sarebbe ora che mi cercassi un lavoro.

Tuttavia – perché, se non fosse chiaro, io tuttavio – Facebook sintetizza perfettamente quelli che sono i miei incubi atavici: che si sappia di me quello che non ho esplicitamente deciso di rendere pubblico + l’ostentazione. Tra qualche minuto me ne verrà in mente anche qualche altro, pazientate.

Esaminiamo, tanto per cominciare, gli scopi: Facebook serve, ad esempio, per aiutarti a reperire i vecchi compagni di classe. Cioè quelle persone che, l’ultimo giorno di scuola della tua vita, sono sfilate nella tua mente, silenziosamente, in un’alba marocchina, si sono schierate lungo un muro di cinta di mattonelle marroncine, hanno bendato i loro occhi, così, spontaneamente, e ti hanno sorriso; a quel punto ti è piovuto dal cielo un kalashnikov che, miracolosamente, sapevi già utilizzare alla perfezione.

Non fraintendetemi: ne ho graziato qualcuno, ma, proprio per questo, questo qualcuno è sempre stato nella memoria mia e del mio cellulare, nonché in una quantità infinita di serate. Questo vale anche per tutte le persone lontane con le quali voglio mantenere i rapporti.

“ Ma Facebook serve a conoscere ggente!! ”, stridula la cretina, “ perché poi aggiungi i contatti dei tuoi amici ai tuoi amici, e diventate tutti amici! ”. In effetti ho un impellente bisogno di farmi una chiacchierata con l’amico del cugino della sorella di Caio, giusto per chiedergli, che so… ma tu, chi *ornellasiieducata* sei?

Il motivo per il quale alla gente piace Facebook è che si tratta di una vetrina: ci si inciucia. A che mi serve conoscerti dal vivo, quando posso sapere di te tutto quello che mi occorre? Perche' leggere il libro intero, quando posso studiarmi il riassunto? Finisco anche con l’essere al corrente della vita di un amico senza bisogno di vederlo: mi posso pure tappare in casa. [ Per saperne di meno: http://www.pensalibero.it/DettaglioNapoli.asp?IDNotizia=2436 , vecchio post dei bei tempi in cui Facebook ancora non ci affliggeva ].

Ecco il perché delle domande indomandabili, tipo “ cosa ti piace fare ”, “ che musica ascolti ”, oppure delle stringhe in cui scrivi “ Stasera tutti al Ciappabumba ”, con dieci punti esclamativi. Ricordo un tipo qui a Miami che la sera era crollato addormentato e il giorno dopo aveva scritto “ Ieri al Mansion da paura!! ”. Avrà avuto un incubo durante la notte.

E poi, le foto. Diomio. Hanno un indiscusso ruolo da protagoniste quelle in cui ci stiamo divertendo e siamo pieni di amici, magari in discoteca ( salvo poi che quelli che ti stanno affianco non sai nemmeno chi siano – ma probabilmente uno di quei ragazzi è l’amico del cugino della sorella di Caio, quindi sta’ tranquillo, lo ritrovi su Facebook ). Poi vengono le foto in cui siamo superbelli, in pose ridicole che sottolineano il nostro sex appeal, atte ad attirare l’attenzione del solito amico del cugino della sorella di Caio, che, se non si fosse capito, è proprio un fico ( almeno, nella foto che abbiamo visto sul suo profilo ).

Le persone intelligenti mi dicono, ma dai, è carino, più semplice, lasci un messaggino, meno lungo della chat, meno impegnativo di una mail. Il concetto di impegno che la mail implicherebbe francamente mi sfugge, ma comunque. Mettiamo che il messaggio sia: “ Che fai stasera, usciamo? ”, mettiamo che quello stesso giorno tu sia stato invitato ad una festa alla quale, previa palla esagerata, non sei andato, mettiamo che a tua insaputa l’amico sia amico di quella che ti ha invitata alla festa e mettiamo che questa, dopo un paio di settimane, ti buchi le ruote dell’auto: ti puoi lamentare?

“ Ma che c’azzecca!! ”, mi rimprovera la beneamata: puoi sempre vietare all’utente X di leggere il post Z, all’amico Y di guardare la foto in cui sei con K, e così via. Basta che nelle impostazioni blablabla. Posso pure scalare l’Everest, se mi faccio un corso individuale di due anni e mezzo con quello dell’acqua Levissima. Ma il lavoro, quando lo trovo? E soprattutto, perché mai dovrei decidere di arrampicarmi su una montagna?

Detto tutto ciò, qualche tempo fa ho ceduto: qui a Miami mi sono creata un account. Con uno pseudonimo demenziale il cui first name finiva con la O e il cui cognome era francese, con una foto nella quale mi si vedeva di sguincio e, quel che è peggio, completamente vestita: alcuni conoscenti mi hanno distrutta immediatamente, il nome sembrava da uomo, la foto faceva cagare e non mi si sarebbe filata nessuno. Appena l’ho aperto, mi si sono parate davanti, tutte assieme, le facce di quelli che “ avrei potuto conoscere ”: compagni delle medie accanto a ragazzi che mi piacevano, ex fidanzati affianco a persone insopportabili, parenti, serpenti, gente alla quale ho fatto scherzi telefonici a dodici anni o che, per qualche altro motivo, sicuramente mi odia . Persone che avevo rimosso dalla memoria sono riaffiorate come zombie.

Dopo due settimane l’ho chiuso, tanto non ero molto gettonata – probabilmente perché non ho inserito nessun contatto e dunque nessuno sapeva della mia esistenza. Una vetrina vuota. L’unica circostanza nella quale mi rifarei un account sarebbe la comparsa di una mia omonima: giusto per mettere in chiaro che io, al Ciappabumba, non ci vado.

4月22日

Mattina

Ieri mattina mi sono svegliata e diluviava. Le mie finestre sono dotate di un sofisticatissimo sistema di apertura/chiusura per il quale, dopo aver alzato le polverose tapparelle con un movimento di corde che vede il giocoliere offrirsi in una danza dal sapore guatemalteco, occorrono dagli otto ai dieci minuti per girare completamente la manovella arruginita, rischiando numerose volte di spezzarsi un’unghia; questa manovra produce un abbassamento delle lastre di vetro che compongono la finestra ( dotata anche di grate, sottili e non da carcere, piuttosto da recinzione di campetto di calcio attraverso la quale lei bacia il sudatissimo lui dopo la partita ), cosicche’ le suddette lastre finiscano magicamente per incastrarsi l’una con l’altra, lasciando ovviamente spazio ad una quarantina di spifferi divertiti. Tutto cio’ mi permette di dormire col piumone anche a Miami e di svegliarmi ogni mattina con lo stesso rassicurante mal di gola. Panta rei, ma io resto sulla riva e vi frego tutti.

Gia’ la sera precedente ero andata in cerca dell’ombrello in tutti gli anfratti della reggia nel quale dimoro, invano. Telefono al boss per esporgli il no solution problem, cerbiattosamente cerco di indurlo alla magica formula “ Vabbe’, oggi non venire proprio”, ma il boss e’ uno che va a caccia. Coi cerbiatti ci fa il prosciutto.

Concordiamo che attendero’ la fine dei capricci celesti *, prima di intraprendere la lunga traversata che porta al palazzo del potere.

Prendo il mio gioiello piu’ prezioso e mi siedo sul divano di pelle rossa sfondato, nuda. Quando gli spifferi smettono di danzare fa molto caldo, o meglio, fa un calore asfissiante, come scrive un amico francese ex erasmus a Napoli. Bevo te’ all’albicocca bianca, ovvero te’ all’albicocca acerba, giusto per non coprire il gia’ intensissimo sapore del liquido da meditazione ( keep in mind: appena tornata in Italia ricordarsi di assaggiare la “ bevanda al sapore di te’ ” proposta dalla macchinetta a Porta di Massa ). Fuori diluvia, la lussuosa maison e’ avvolta nella penombra e sa di vapore, di giorno qualsiasi, di me che aleggio sotto il soffitto, guardo quella seduta li’ e le chiedo “ Mbe’?”. Non risponde, le mie domande richiedono sempre una complessa esegesi.

Mangio uno yogurt “ all’aroma di vaniglia ”, in sostanza sto ingurgitando cose che non esistono e, pertanto, non fanno ingrassare. Altro che nutrizionisti, e’ tutta una questione linguistica.

Mi vesto? Faccio la doccia? Accendo un’altra sigaretta? Faccio tutte e tre le cose insieme? La risposta nasce con la naturalezza della muffa sulla patata dolce in frigo comprata due mesi fa: ogni tanto la guardo, esamino a che punto siamo e la ripongo coscienziosamente dov’era. Il nostro frigorifero rappresenta il gradino piu’ basso della societa’. Il nostro frigorifero e’ la periferia del mondo, e’ l’autobus M che porta al Civic Center, quello sul quale ci incontri i veterani di guerra col cartellino appeso al collo. La patata e’ la vecchiaia che aspetta placidamente la morte, le piccole mele sono i giovani che non hanno potuto permettersi un’educazione migliore, le salsette multicolori di Vicky sono i drogati, che si spalmano ovunque e si contaminano tra loro, in attesa di essere divorati. Le tredici mezze bottigliette d’acqua sono i pompieri, o i poliziotti di quartiere, immobili nella loro presunta autorita’.

Credo che abbia smesso di piovere gia’ da un quarto d’ora, ma se non mi affaccio non potro’ mai saperlo con certezza, e se sono svestita non posso affacciarmi. Altro no solution problem, altro sorso di brodaglia chimerica, altra domanda buttata in chat come un sacchetto della spazzatura pieno di cose buone: “ Preferisci vincere da vile o perdere da eroe? ”.

- Ma che stai a ddi’?, interviene quell'altra da sotto al soffitto.

Quant’e’ volgare.

* Esempio del come riesco ad avere torto anche quando ho ragione: inizialmente non avevo scelto l'aggettivo "celesti". Stavo pensando a Zeus ( capita ), ovvero a colui che manda i fulmini, soggetto ideale del verbo piovere ma, ahime’, altezzosamente immune all'aggettivazione, in quanto unico e solo. Una possibile soluzione era racchiusa nel passaggio dal greco al latino, dunque "gioviani". Tuttavia, siccome non men del saper dubbiar m'aggrada, sono andata a controllare: Zeus e’ il dio del cielo e dei tuoni ma, nella mitologia romana, il dio della pioggia e’ Marte, non Giove. Non sono d’accordo per niente, Marte e’ gia’ il dio della guerra, una cosa grossa: troppa grazia sant’Anto’. Insomma, gioviano non si poteva dire, da Zeus non si cavava fuori una cippa e con Marte sono in disaccordo ( sarà per questo che non trovo l'ombrello? ). Ho dovuto risolvere per un termine molto più vago e insignificante.

Quando sarò ministro per gli affari mitologici, ricordatemi di fare chiarezza sulla questione.

Principio di noia

Che cos’è la noia? È quando guardi la sigaretta e sai che mancano soltanto due tiri e ti senti perso, perché dopo resterai tu e la tua voglia di fumare già appagata, cioè un’entità appartenente ad un’altra casta. E non potrai far altro che accendertene un’altra, ansioso e terrificato nell’attesa che la scena si ripeta. Come si annoia la gente che non fuma?

Sono a Miami da tre mesi; è finita la curiosità antropologica di essere continuamente circondata da gente assurda. La follia mi ha stancata e, noia per noia, meglio la normalità, che è più varia. Ho preso questi tre mesi come quando non riesci a trovare il ritmo giusto sul tapis roulant, corri troppo, o troppo indietro, poi deceleri senza accorgerti che qualcuno ha spostato la velocità da 3 a 5. Sono arrivata con i libri e gli indirizzi delle biblioteche segnati sull’agenda troppo piccola, con le gonne comode per andare al lavoro e senza borsette inutili. Ho preferito l’estremo opposto ad una patetica e fastidiosa imitazione di me. Ho parzialmente scremato milk already skim, così stasera non ho trovato nessuno che venisse a vedere Topaz. Non che sia una catastrofe, perché avevo sonno mentre leggevo davanti alla lavatrice, seduta sugli scalini della mia ex casa, già terrorizzata alla vista degli ultimi due tiri.

Ho deposto il culturale dopo poco, anche perché si vedeva che non sarebbe durato e, in queste cose, sono sempre per l’eutanasia. Letto tre libri in tre mesi, poco più, poco meno. Meno leggo e meno ho voglia di leggere, come col sesso. Altro argomento: sperimento la castità a South Beach, come dire che ordino burrata in un ristorante sardo, cosa che peraltro ho fatto ieri. Dovevo parlare inglese, ho parlato un sacco di francese, adesso mi sono rotta e parlo napoletano. Dovevo trovare idee, ho cercato di non farmi distrarre, adesso non voglio altro che distrarmi e smettere di lanciare in aria sempre le stesse tre palle. Che tra l’altro non acchiappo mai.

Giovedì viene Gabriel e lo aspetto come l’Arcangelo in persona. Arriverà distrutto e sovraeccitato dal Nicaragua, mentre avrei bisogno di una persona calma e incredibilmente attiva che mi prenda a schiaffi. Finirò il tirocinio e avrò un mese di non si sa cosa, di sole che non voglio prendere, di corse che non voglio correre, di musei che potrebbero anche bruciare domani, di informazioni da concretizzare con mani fatte di pongo. Cerco di ripescare bei momenti, e quelli ci sono; cerco posti bellissimi, e quelli scarseggiano. Andrò a New York, ipoteticamente per vedere tutto quello che non ho ancora visto, e forse passerò tutta la settimana a fare avanti e indietro sul ponte di Brooklyn, il che effettivamente mi manca.

Che dire di quei momenti da vivere che ho in testa, che basterebbe aprire la mano per farceli cadere sopra? Ma le mani sono quelle di prima, quelle di plastilina. Tornerò in Italia leggermente abbronzata, forse un po’ di ciccia in più, sicuramente molti soldi in meno, con la voglia di andare a ballare al Set per 40 dollari, cosa che saggiamente non ho fatto. Tornerò per fare qualche passo nel salone di casa e rendermi conto che è proprio grosso, che sul cavalletto c’è ancora la mia faccia e purtroppo non è invecchiata al posto mio. Mi metterò in macchina, sperando, come ad ogni mio rientro in patria, che abbia aperto un bar gigantesco con terrazza su via Caracciolo, e invece troverò i soliti venditori di taralli. Tornerò pensando che sarei dovuta andare a Cuba, che Vicky adesso si schioderà dal suo materasso gonfiabile e che forse un giorno, in un futuro particolarmente ottimistico, comprerà delle sedie. Mi ricordero’ del primo giorno che ho messo piede sulla spiaggia di Ocean Drive, di quella sera in taxi in cui non smettevo di ridere, del ceviche e della bella faccia di una persona felice di vivere, anche se non lo sa, ovvero proprio perche’; tornerò pensando ai tendoni bianchi del Delano, a quando Ericsson mi ha accompagnata a casa ubriaca e avvolta in una kefia dal profumo maschile nauseabondo, a quando ho assaggiato salsiccine cubane dalla forchetta di non so chi a Little Havana, a quei due o tre tizi con cui mi sono sbaciucchiata e che ormai, nella mia testa, si sbaciucchiano tra di loro, al mio ex che su skype mi dice, per la prima volta, di non preoccuparmi. Tornerò pensando a quanto è bella la luce di mattina quando esco di casa e l’aria sembra appena uscita dal frullatore, a quando mi sono messa i tacchi alle 2pm per andare all’opera, a quante maledizioni ho mandato ai commessi del cvs che non mi vendevano le sigarette senza ID; al metromover che sembra una giostra per persone serie e all’aria condizionata che mi fa diventare violenta. Tornerò con tutto quello che vi ho già detto su questo blog e con quello che vi dirò; tornerò pensando che, in fondo, è stato proprio bello in questi mesi.

Preghiere cabalistiche

Mi è stata inviata l’ennesima catena. Mai nome fu tanto adatto a descrivere tale strumento di martirio. Come se non bastasse, trattasi di una catena a sfondo religioso. D’altronde, non a caso si chiamano catene di sant’Antonio, espressione che mi ha sempre fatto pensare al celebre fuoco.

Mi è stata inviata da una persona adorabile alla quale ho già partecipato i miei dubbi, e so che me l’ha spedita con leggerezza e simpatia. Il punto non è lei, il punto è chi l’ha concepita.

Leggiamo insieme:

Devo scegliere 12 donne (che sono nella mia vita in maniera molto speciale) e che penso siano disposte a partecipare. Spero di aver scelto bene.

--- Qui già mi vengono i nervi. Lo saprai o no, chi sono le persone speciali della tua vita? Che significa “ spero di aver scelto bene ”, che se non te lo rispedisco non sono speciale? Mi sta ricattando!

Per favore inviamelo indietro, e poi vedrai perchè.

--- Can’t wait. " Sono nella mia vita ", “ Inviamelo indietro ”… presentatemi un po' il traduttore dall'inglese, sto appunto sperimentando un nuovo cocktail a base di grammatica e ortiche.

Si conosce Santa Teresa come la Santa dei Piccoli Cammini, nel senso che lei credeva che le piccole cose della vita bisogna farle bene e con molto amore. E' anche la patrona dei fiori e dei fioristi. Si rappresenta Santa Teresa con le rose.

--- Embè? Quindi mi deve stare simpatica per forza, per via dei fiori. Non vedo l'attinenza, e sono pure allergica.

RICORDA --- così, maiuscolo, intimidatorio - di esprimere un desiderio prima di leggere la preghiera.

--- Un desiderio prima di una preghiera? Ah sì, come quando Gesù esce dalla lampada e chiede a Giuda di esprimere i trenta desideri, oppure quando dice a Pietro “ Su questa pietra fonderai la mia chiesa, ma solo se prima la dai in testa a ventiquattro persone e poi giochiamo tutti a schiaffo americano .”

Questo è tutto quello che devi fare. Non c'è niente altro.

--- Veramente c’è da fare il bucato, la spesa, poi se permetti avrei anche una vita. Comunque.

Devi solo inviare questo messaggio ad altre 12 donne e farmi sapere cosa succede il quarto giorno.

--- 12 donne, 4 giorni. Come faccio a giocarmeli sulla ruota di Miami?

Scusami se ti chiedo di rinviarmi il messaggio, però non rompere la catena.

--- E io mi scuso ma non capisco la congiunzione avversativa.

Ti ho messa in CCN che è una copia "nascosta".

---- Ermetico, direi. Perché rivuoi indietro il messaggio? Ah, perché 12 + 4 fa 16, ovvero a’ botta n’fronte, il boomerang. E perché mi hai messo in ccn, e soprattutto con chi ti credi di parlare, coi Flinstones, che mi spieghi cos’è un ccn? E perchè quelle virgolette, poi!! Per rendere tutto più mistico ed enigmatico, per farmi paura? Strategie celesti.

La preghiera è uno dei più bei regali gratuiti che possiamo dare e ricevere.

--- Ah, ma è gratis! Potevi dirmelo subito…

Hai già espresso il tuo desiderio? Se non lo fai non potrà realizzarsi. Questa è la tua ultima opportunità per ricevere il tuo regalo.

---- I famosi ultimata divina…

Ecco quì --- con l’accento sulla “i”, ma non voglio infierire… --- la preghiera di Santa Teresa:

" Che oggi dimori la pace in te.

Che tu sappia e abbia fiducia del fatto che sei esattamente nel luogo in cui devi stare.

Che tu possa non dimenticare le possibilità infinite che sorgono attraverso la fede in te stessa e negli altri.

Che tu possa utilizzare i doni che hai ricevuto, e possa passare ad altri l'Amore che hai ricevuto.

Che tu possa essere felice della persona che sei, così come sei, in questo esatto momento.

Permetti che questa consapevolezza penetri fino alle tue ossa, e permetti alla tua anima la libertà di cantare, ballare, pregare e amare. Tutto questo sta qui per ognuna e tutte noi."

Adesso invia questa preghiera a 12 donne, nei prossimi 15 minuti.

---- 15 minuti? Cos’hai, fretta di risorgere?

Non dimenticare di includermi nella lista... e vedrai perchè.

--- Miracolo al buio.

Ti suggerisco di fare "copia e incolla" invece di "inoltra”.

--- Così la mia santità non sarà disturbata da tutte quelle antiestetiche virgolette.

La preghiera è bella e santa Teresa è una delle sante più simpatiche, tra l’altro era amica di san Juan, il santo poeta.

Tutto il resto basta a far diventare ateo un arcangelo.

4月21日

Afo7

Dio ci vuole troppo bene, per lasciarci trovare la contentezza nel soddisfacimento delle nostre passioni.

A.Manzoni

 
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